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Emilia Romagna, Cinzia Franchini sul testo unico della legalità


31 gennaio 2016 - "La legalità non si deve predicare, ma praticare". Questo l'insegnamento di Don Ciotti che sarebbe bene mettere in pratica ad ogni livello. Nei giorni scorsi ho ricevuto la bozza del Testo Unico per la legalità predisposta dalla Regione Emilia-Romagna e che comincia ad essere condivisa per un dibattito allargato teso a migliorarla. In questa mia nota, non voglio entrare nel merito di quella bozza e soprattutto della parte che più mi riguarderebbe, ossia il capitolo attinente il tema dei trasporti e del facchinaggio, perché ritengo vi sia preminentemente una questione più importante che cercherò di argomentare fornendo qualche spunto e riflessione.

Comprendo bene i riti politici e istituzionali tesi ad individuare luoghi e strumenti del dibattito e dell’agire politico, per cui capisco, ma non condivido, la logica politica che ha portato la Regione Emilia-Romagna a scegliere la strada del Testo Unico per affrontare la questione legalità nella nostra regione. In questo caso però la scelta del TU risulta scontata e inutilmente ridondante.

Il rischio che si corre è che l’Istituzione regionale, naturalmente vocata all’affermazione e alla promozione della legalità, si determini a predicarla una volta in più del dovuto. Con il Testo Unico si fissano per capitoletti logiche constatazioni. E allora mi chiedo: veramente c’è bisogno di rilevare tutto ciò attraverso un testo con elencazioni di principi e buoni propositi o piuttosto l’attesa latente degli imprenditori, dei lavoratori e dei cittadini è invece per un'azione politica protesa a fornire strumenti di contrasto concreti? Da anni la società civile organizzata in associazioni di categoria, sindacali, culturali, denuncia e sottolinea con forza il dramma del vivere comune dove, la corruzione, l’abuso e il crimine organizzato minacciano la legalità.

Una constatazione che è andata ben oltre i Testi Unici e che ha riempito il vivere quotidiano delle nostre istituzioni politiche, imprenditoriali, scolastiche, ecc. di dibattiti, analisi, studi e anche qualche denuncia. Oggi questa situazione di criticità è fissata ed è descritta addirittura nelle aule di tribunale di quel processo “Aemilia” che già nel nome ben rappresenta il tenore della constatazione stessa. Ora con il Testo Unico si rischia di replicare quanto già accaduto nelle associazioni di categoria dove l’affermazione della legalità come principio cardine ha prodotto la stagione (superata) dei protocolli e degli sportelli, un modo come un altro di fermarsi alla constatazione, alla presa d’atto senza però affondare le mani nei problemi tentando di organizzare azioni e strumenti pratici.

 Con ciò non pretendo certo di arrogarmi il diritto di fornire chissà quale ricetta o formula magica. Più i problemi sono gravosi, più la voglia di risolverli passa necessariamente dalla volontà di sperimentare soluzioni differenti. Di certo però dire che vi sono dei problemi per cui ci impegniamo a promuoverne le soluzioni, senza indicarle, non è un buon inizio.


 Bando quindi ai Testi Unici e a quelle vecchie logiche che hanno fatto di questi strumenti il luogo dell’inconcludenza e delle affermazioni di principio sì fondamentali ma anche, alla prova dei tempi che stiamo vivendo, molto retoriche. Attualmente la Politica nel suo agire ha un bisogno vitale di concretezza e di credibilità.

 Per quanto mi riguarda e per il settore che pratico, operandovi e rappresentandolo, l’autotrasporto, non credo di poter dare un contributo dissimile da quanto già ho fatto con le Istituzioni nazionali alle quali ho rivolto l’invito a rendere immediatamente operativi semplici meccanismi di conoscenza che possono, da soli, sostanziare una prevenzione fattiva perché consapevole. Per esempio l’Assessorato ai Trasporti regionale potrebbe da subito rendersi parte diligente nell’allestire e aggiornare in tempo reale una sezione dedicata a dare la giusta evidenza delle informative antimafia prodotte sulle imprese a rischio. Così facendo la Regione metterebbe a sistema, in modo semplice, immediato e trasparente, la rete di allerta istituzionale purtroppo poco nota e sempre tardivamente percepita.

 In riferimento alle imprese sequestrate e confiscate mi chiedo poi se sia possibile approntare uno specifico albo dove accreditare figure tecniche che potrebbero affiancare gli amministratori giudiziari in settori delicati e soggetti a normative complesse. Inoltre sarebbe importante prevedere l’intervento nelle forniture o sub-forniture degli appalti pubblici di aziende sequestrate-confiscate con quote prefissate, magari istituendone una specifica obbligatorietà.

Tutto ciò potrebbe, là dove l’amministrazione giudiziaria fosse arrivata alla determinazione di preservare il valore sociale dell’impresa confiscata-sequestrata, garantirne l’operatività evitando le inevitabili chiusure (così come sta purtroppo avvenendo per alcune aziende di Aemilia). Sono consapevole di essermi esposta a facili critiche di disfattismo, tuttavia ritengo che oggi sarebbe più utile confrontarsi sulle questioni di merito e sulle soluzioni possibili e della loro messa in atto, piuttosto che il dibattere ulteriori costruzioni barocche e manichee di testi unici, protocolli e dichiarazioni di intenti. Non è più sufficiente promuovere la legalità, oggi più che mai è indispensabile preservala dov’ è insidiata e la politica tutta è chiamata a dare risposte a questo imperativo senza impantanarsi nei testi unici. Cinzia Franchini

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